Palinodia

In questa storia, non c’è nulla di vero: tu non andasti mai sulle navi compatte, agli spalti di Troia tu non giungesti mai.

Su Genova la Libera. luglio 21, 2008

Filed under: Articoli — catcherintheriot @ 10:17 pm
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Sette anni. Oggi sette anni fa scappavo da Genova, ancora frastornato dagli elicotteri che non smettevano di ronzarmi sulla testa, con la pelle bruciata dal sole e dai lacrimogeni, lo zaino ancora umido di pioggia. Mentre egoisticamente speravo che quello che ci dicevano succedere alla sede del social forum non coinvolgesse anche la stazione. Cos’era successo?

Dove sarà adesso quel ragazzo francese di cui ancora conservo la mappa? L’ho incontrato verso le sette di pomeriggio vicino allo stadio marassi, quel 21 luglio di sette anni fa, che cercava, come tanti me, di raggiungere lo stadio. Perchè è da li che partivano gli autobus per il carlini, scialuppe di salvataggio che ci avrebbero traghettati fuori dalla palude. L’unica possibilita per chi si era perso il resto del corteo, ammesso che ce ne fosse stato ancora uno. L’alternativa di attraversare la città non mi sfiorava, avevo corso tutto il giorno, schivato motorini con loschi figuri, parlato qualsiasi lingua e dimenticato il significato di sete e fame ma adesso , al calar del sole, non avevo più forze. Guardo i nomi delle strade al cui incrocio mi trovavo. Abbasso gli occhi per cercarmi sulla mappa e poi per cercare lo stadio. Li rialzo ma il francese e il suo gruppo non c’erano più. Svaniti. Chissà dove sono adesso.
Quanta vita e quanta poca memoria.
Eppure erano passate poche ore da quando ballavo e urlavo da un camion che eravamo l’anima del mondo, pochi giorni da quando confezionavo la mia corazza da ninja turtle, poche settimane dalle riunioni preparative, metà con le comunità di base (cristiane, interpreti europee della teologia della liberazione) a chianciano e l’altra metà al centro sociale rivolta di marghera, laboratorio della disobbedienza civile. Che ancora non era un marchio ma una pratica di libertà di cui tutti si sentivano portatori.

La zona rossa, le mutande e gli specchietti. Le parrucche fuxia, le telecamere, le macchine fotografiche non ancora digitali. E poi le maschere anti gas che non funzionavano e quelle che funzionavano (grazie mamma!), la gomma piuma e le bottiglie con l’acqua e bicarbonato (perchè a napoli si era imparato che i cs, a differenza dei “vecchi” lacrimogeni, sono acidi e con il “vecchio limone” si accentuava l’effetto invece di smorzarlo).

Genova che per me fino a quei giorni significava una gatta in una casa bellissima, stradine di mare strette solo immaginate e un mito morto pochi anni prima.

Genova la libera, l’indomabile repubblica marinara. Genova che ci ha aperto le sue porte, che regalava bottiglie e frutta, che ci innaffiava dalla cima dei palazzi.
Genova che non è stata solo guerra ma soprattutto pace, quella pace che fa tremare il culo dei potenti, che li costringe a mostrarsi mostruosi, a promettere l’impunità agli istinti più feroci.
Quella pace, che oggi nessuno sembra più ricordare, ha saputo sciogliere, unendo in un’unica calda corrente emozionale comunisti, negri del Camerun e tedeschi della Baviera, anarchici ciclisti e sindacalisti spara merda, suore, scout, missionari, autonomi, fricchettoni, musicisti mangiatori di frittelle ed elfi pizzaioli.
Erano altri tempi, e dirlo mi fa sentire l’importanza dei miei vissutissimi 25 anni. C’era ancora la lira, l’11 settembre era ancora un giorno indistinguibile dal 4 di febbraio e la costosissima isdn era ancora per poco il modo più veloce con cui connettersi ad internet. L’inquinamento non si chiamava ancora global warming e zulù si prendeva bene con i cyloom e non con la coca. Altri tempi. Che non rimpiango ma che voglio ricordare. Con gli occhi di oggi e le emozioni di sempre, le stesse che mi continuano a far alzare la mattina e tenere la testa alta, lo sguardo vigile e il cuore aperto. Perchè ho sentito e ciò mi basta per sapere che se ami qualsiasi mondo è possibile.

Che carlo sia ricordato per l’amore che lo ha mosso e non per la rabbia che lo ha sacrificato.

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