Palinodia

In questa storia, non c’è nulla di vero: tu non andasti mai sulle navi compatte, agli spalti di Troia tu non giungesti mai.

Alla ricerca della responsabilità perduta. maggio 23, 2008

Filed under: Articoli — catcherintheriot @ 5:41 am
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“Si può fare”, come a dire “si può cambiare”. Sembra banale ricordarlo: le cose e i modi con cui queste accadono non muterebbero se non fosse così. Eppure negli ultimi mesi questo simpatico ritornello, inventato da un blogger disadattato, ci ha tormentato, echeggiando persino nel primo discorso di Berlusconi al parlamento.


Fino ad un secolo fa la negazione di quanto sopra delimitava il campo del reale, il possibile, dall’irreale e quindi impossibile: il padre dei fratelli Wright, un pastore anglicano,  riteneva impossibile il volo umano, in quanto prerogativa degli angeli. Oggi sappiamo che l’uomo può volare e che probabilmente neanche gli angeli volano con le sole proprie forze. In pratica, all’inizio di questo secolo del secolo scorso, con quella trasformazione che abbiamo chiamato “dopo-il-modernismo”, l’uomo ha compreso che “impossibile” è semplicemente il modo sbagliato di perseguire uno scopo. Quanto più si è compresa la meccanica della realtà quanto più si è esteso il campo delle capacità umane, fino all’ovvia e rivoluzionaria conclusione che ogni cosa è fattibile se se ne comprende il contesto. Oggi quindi il problema, da un punto di vista semantico, non è più se si può fare o meno qualcosa ma come e cosa si può fare e cosa invece non si deve fare. Il potere infatti, percependo il rischio di perdere la sua presunta utilità, nella possibilità reale e concreta che i problemi vengano affrontati e risolti, ha decretato, in nome del bene individuale, la necessità sociale del non dover fare.

Due esempi pratici su tutti:

Oggi qualsiasi mamma può vestire la propria bambina di sei anni da “sexy girl”, cosa impensabile solo vent’anni fa, e renderla, nei fatti, un oggetto sessuale.  Lo può fare, e nessuno deve impedirglielo, pena l’accusa di essere una madre repressiva che traumatizza la figlia. Contemporaneamente però l’educazione sessuale è bandita da ogni contesto educativo con l’enorme assenza della scuola in cui, di introdurla come materia, non se ne parla da decenni. I risultati di questo “non dover fare” sono cronaca che i giornali non si stancano di ripeterci.

Esempio2:

Gli psicofarmaci sono sostanze di sintesi chimica che alterano la percezione della realtà. I meccanismi con cui agiscono sul processo cognitivo restano nebbiosi eppure vengono assunti da una quantità enorme di persone, spesso senza nessun tipo di assistenza o supporto educativo. Negli ultimi anni poi si va diffondendo nel mondo, e quindi anche in italia, la possibilità di prescrivere queste sostanze ai bambini affetti da “disturbi comportamentali“. In pratica se tuo figlio fa difficoltà a relazionarsi, apprendere dalla realtà che lo circonda, invece di intervenire sulla sua realtà gli si altera la percezione attraverso un’anfetamina brevettata col nome di ritalin. Parallelamente l’uso consapevole delle sostanze psicotrope viene ostacolato e sostituito da una campagna di feroce disinformazione per cui tutte le droghe sono uguali tranne il caffe, gli psicofarmaci, lo zucchero, gli alcolici e la redbull.  Anche in questo caso le conseguenze riempiono le pagine di cronaca ma senza che il nesso sia evidente.

Sono esempi estremi di messaggi all’apparenza cortocircuitati ma che raggiungono alla perfezione il fine di  vincolare le nostre possibilità di scelta alla rinuncia della responsabilità, ovvero il compito e la capacità di rispondere personalmente di ciò che si è fatto. Funzione che nel quotidiano si delega agli intenti, magari inconsapevoli,  delle autorità che hanno (s)formato il nostro ego: il medico di famiglia, il pediatra,l’ amico, il leader politico, il blogger, il capufficio……

Siamo immersi continuamente nell’esperienza delle nostre scelte ma l’insegnamento che ne dovrebbe conseguire non ci scalfisce.

Diventiamo così individualisti nell’affrontare i problemi collettivi  e emotivamente incapaci di risolvere autonomamente le proprie lacune di crescita. Se a noi o ad un nostro parente viene un cancro, concausato dalle nanopolveri che tossiscono le nostre macchine o l’inceneritore che brucia la nostra immondizia, sono cazzi miei e della mia famiglia (anche se in effetti anche tuo zio ha avuto “un brutto male”), ma se mia morosa mi lascia non posso fare a meno di correre in tv ad urlare al mondo il mio dolore o quantomeno fare una scritta a caratteri imperiali nel punto più visibile della città.

Una volta si credeva che la soluzione alle ingiustizie, le sofferenze e i soprusi dovesse chiamarsi rivoluzione, un evento sincronico nei tempi in cui una parte di umanità si ferma per un determinato lasso di tempo per poi ricominciare a muoversi poco o niente cambiata. Molti infatti riversano nelle lotte le proprie frustrazioni senza riuscire a mutare positivamente ne le proprie condizioni materiali ne quelle spirituali. Oggi credo che la sincronicità che sarebbe interessante vivere è di intenti, un movimento interno e comune in cui ognuno di noi comprende quali dei suoi problemi appartengono alla propria personale evoluzione emotiva e spirituale e quali al benessere materiale. I mezzi per fare ciò li abbiamo tutti, dal primo degli onironauti all’ultimo dei confusi e risiede nel nostro bambino interiore, nella nostra capacità di vedere la bellezza e di perseguirla, con la follia degli amanti e la certezza dell’asceta. Una volta ripreso il nostro cammino di crescita sarà naturale risolvere i problemi “materiali”.

Concludo con le parole attribuite ad un palestinese di 2000 anni fa:

Guardate i corvi: non seminano e non mietono, non hanno ripostiglio né granaio, e Dio li nutre. Quanto più degli uccelli voi valete!  Chi di voi, per quanto si affanni, può aggiungere un’ora sola alla sua vita?  Se dunque non avete potere neanche per la più piccola cosa, perché vi affannate del resto?

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One Response to “Alla ricerca della responsabilità perduta.”

  1. onorio gardumi Says:

    quel signore palestine nato 2000 anno fa,ha pienamente ragione,
    purtroppo la nostra societa ci “obbliga”a seguire mode e stili di vita completamente opposti.


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